APPELLI


Ecco diversi appelli di cui "Facciamo Pace !" e' promotore.
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APPELLO AI DEPUTATI e AI SENATORI - febbraio 2001 -
Per la rapida approvazione del Ddl n. 5381 recante norme in materia di protezione umanitaria e di diritto d' asilo

On. Deputati, On. Senatori,
in questi giorni è in calendario per la votazione nell'Aula della Camera il disegno di legge, contenente "norme in materia di protezione umanitaria e di diritto di asilo". Il testo, approvato dalla Camera, dovrà successivamente essere votato dal Senato nelle parti sottoposte a modifica.

L'approvazione del progetto di legge sul diritto d'asilo rappresenterebbe per l'Italia un importante passo avanti, dopo un lungo iter parlamentare, iniziato nel maggio 1997. Durante il dibattito parlamentare al Senato, e successivamente alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, sono stati introdotti importanti emendamenti che - ad avviso dell'A.C.N.U.R. (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), massima autorità internazionale in materia, nonché delle associazioni ed enti che da anni si occupano della tutela dei rifugiati in Italia quali l'I.C.S. (Consorzio Italiano di Solidarietà) e il C.I.R. (Consiglio Italiano per i Rifugiati),- hanno migliorato notevolmente l'impianto originale.

Il testo attuale, che recepisce le più recenti disposizioni europee in materia, si presenta nel complesso come un testo equilibrato in quanto contempera le esigenze di tutela dei richiedenti asilo e rifugiati e la necessità da parte dello Stato di evitare l'abuso del sistema di asilo.
Si ricorda che la persistente mancanza di una legislazione organica italiana in materia di asilo, situazione anomala unica tra i paesi aderenti all'Unione Europea, sta ponendo da alcuni anni serissimi problemi sulle procedure d'asilo, contribuendo a creare forti problemi di carattere organizzativo e logistico, nonché gravi disagi ed incertezza di Diritto per i richiedenti asilo e i rifugiati, per gli operatori della Pubblica Sicurezza, per le Amministrazioni pubbliche coinvolte, per il volontariato.

Il testo posto in questi giorni all'attenzione del Parlamento, per la Sua rilevanza sotto il profilo del Diritto interno, e per le sue ricadute internazionali, va sicuramente ricompreso tra i provvedimenti urgenti da emanare prima della conclusione della Legislatura.

Pertanto, i sottoscritti firmatari, rappresentanti di associazioni, esponenti del mondo della cultura, del sindacato, della società civile, singoli cittadini, fanno appello urgente a tutti i Deputati e ai Senatori di voler contribuire ad una rapida conclusione dell'iter parlamentare del progetto di legge in discussione.

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Per i minori stranieri, e per noi tutti - febbraio 2001 -

Da alcuni anni arrivano in Italia (come negli altri paesi europei) minori stranieri non accompagnati dai genitori, che immigrano nel nostro paese per trovarvi lavoro e contribuire a sostenere la loro famiglia, o per sottrarsi a situazioni insostenibili nei paesi di origine. Talvolta sono completamente soli, in altri casi vengono accolti da fratelli o zii già regolarmente soggiornanti in Italia. Arrivano senza permesso di soggiorno, soprattutto a causa della inadeguatezza dei canali regolari di ingresso per lavoro, per ricongiungimento familiare e per motivi umanitari: ad es. i minori, anche se in età lavorativa, non possono ottenere un visto per lavoro, né possono chiedere il ricongiungimento a fratelli o zii.
Provengono soprattutto dal Marocco, dall’Albania e dall’Europa dell’Est, da zone di campagna o di montagna o dalle periferie delle grandi città: aree assai povere, nelle quali le opportunità di studio e di lavoro sono molto scarse e l’assistenza dei servizi sociali pressoché inesistente, e nelle quali vi sono talvolta situazioni di degrado sociale tali da comportare il rischio della vita.
Cercano un futuro migliore per sé e per la loro famiglia.

Negli anni passati sono stati sperimentati con successo progetti di accoglienza e percorsi di integrazione di questi minori stranieri, in ottemperanza alle Convenzioni internazionali e alle leggi italiane, che stabiliscono il diritto all’assistenza, alla salute, all’istruzione per tutti i minori, anche stranieri. Molti di questi minori, infatti, seguiti da educatori, insegnanti, volontari delle associazioni, sono andati a scuola e hanno imparato l’italiano; hanno frequentato corsi di formazione professionale; sono stati, infine, assunti con regolare contratto di lavoro, riuscendo a mantenere se stessi e la loro famiglia.
I minori che hanno seguito questi percorsi positivi hanno potuto ottenere il permesso di soggiorno e, una volta compiuti i 18 anni, hanno potuto rinnovarlo e restare regolarmente in Italia, continuando a lavorare e a studiare.
Questa intelligente politica di integrazione ha consentito a questi ragazzini stranieri di non cadere vittime di sfruttatori e delinquenti, e di inserirsi invece in modo positivo nel tessuto sociale ed economico italiano. Andando spesso a svolgere, tra l'altro, mansioni per le quali non vi sono più giovani italiani disponibili. Inoltre, questa politica ha avuto un importante valore di educazione alla legalità: i ragazzini hanno capito che è meglio uscire dalla clandestinità, dire il loro vero nome, dare i documenti, rispettare la legge.

Questi percorsi di integrazione, malgrado gli ottimi risultati raggiunti, sono stati però completamente bloccati da recenti disposizioni del Ministero dell’Interno, che mirano esplicitamente ad impedire in ogni modo l’integrazione dei minori stranieri non accompagnati.
In base a tali disposizioni, infatti, ai minori stranieri non accompagnati, cui viene rilasciato il permesso di soggiorno "per minore età", viene impedito di lavorare con un contratto di lavoro regolare. Inoltre, una volta compiuti i 18 anni, anche se hanno un’offerta di lavoro o stanno frequentando la scuola o un corso di formazione, viene loro revocato il permesso di soggiorno: ridiventano così improvvisamente clandestini, e possono essere in qualsiasi momento espulsi.
Questi ragazzini, che sono venuti in Italia soprattutto per lavorare e per aiutare la propria famiglia, si trovano così costretti, non potendo lavorare regolarmente, a lavorare in nero, esposti al peggiore sfruttamento; o, peggio ancora, rischiano fortemente di essere sfruttati da delinquenti italiani e stranieri come manodopera nell’ambito di attività illegali. In ogni caso, a 18 anni, malgrado tutti gli sforzi fatti per studiare e imparare un mestiere , sanno che li aspetta l’espulsione.
In queste condizioni i percorsi di inserimento (scuola, formazione professionale, lavoro) finora sperimentati con successo diventano inattuabili e perdono completamente di credibilità agli occhi dei ragazzini: se non possono lavorare, se comunque a 18 anni verranno espulsi, perché alzarsi al mattino presto per andare al corso di formazione professionale, e poi correre per fare lo stage in azienda, e poi ancora a scuola fino a sera inoltrata...? Perché rispettare le leggi, se queste ti impediscono in ogni modo di lavorare onestamente e di integrarti nella società italiana?

Dato che si vuole impedirne l’accoglienza e l’integrazione, che cosa si pensa di fare nei confronti di questi minori? La soluzione che da molte parti viene prospettata per affrontare la problematica dei minori stranieri non accompagnati è quella del rimpatrio nel paese d’origine.
Ora, il rimpatrio si differenza dall’espulsione perché non è finalizzato a punire chi è entrato clandestinamente in Italia, bensì deve fondarsi unicamente sulla valutazione che è meglio, per quel minore, tornare nel suo paese e presso la sua famiglia d’origine. E’ dunque necessaria una valutazione caso per caso della situazione di ogni singolo minore, in Italia e nel paese d’origine. In tale valutazione si dovrebbe anche tenere conto del consenso del minore al rimpatrio, e della possibilità e disponibilità della sua famiglia a riaccoglierlo.
Per i bambini più piccoli l’importanza di vivere con i propri genitori prevale in genere su ogni altra considerazione. Anche per gli adolescenti, vi sono certamente molti casi in cui per il ragazzino è davvero meglio tornare nella propria famiglia, e allora, con il consenso del minore e della sua famiglia, deve essere disposto il rimpatrio assistito.
Ma vi sono molti altri casi in cui le condizioni nel paese d’origine sono davvero durissime, e il ragazzino adolescente rifiuta nettamente il rimpatrio, così come la sua famiglia, che spesso ha venduto tutti i beni posseduti per pagare il viaggio: è allora legittimo sostenere che il rimpatrio sia finalizzato al bene del minore?

Purtroppo, però, c’è oggi una forte tendenza a distorcere l’istituto del rimpatrio per altre finalità, diverse dal bene del minore, trasformandolo in un’espulsione mascherata – espulsione che per i minori è vietata dalla legge. Se il rimpatrio è attuato coattivamente, contro la volontà del minore e della sua famiglia; se il ragazzino viene preso con la forza dalla Polizia all’alba e portato all’aeroporto; se il fine reale del rimpatrio non è di perseguire l’interesse del minore bensì di "dare un segnale" per scoraggiare l’immigrazione irregolare dei minori... che cos’è questa se non un’espulsione mascherata?
La paura di questo tipo di rimpatrio coatto fa sì che molti ragazzini si allontanino dalla rete di accoglienza (servizi sociali, scuola, volontariato) e cerchino di rendersi il più "invisibili" possibile, restando nella clandestinità e quindi rischiando di finire nelle mani di adulti sfruttatori.
L’esperienza, inoltre, mostra che molti dei minori rimpatriati coattivamente tornano nuovamente in Italia, clandestinamente, con la differenza che, avendo ormai perso la fiducia nella rete di accoglienza, tendono appunto a restare "invisibili".
Se si ritiene, con questa politica, di garantire la sicurezza dei cittadini italiani e l’ordine pubblico, sia ben chiaro che l’effetto sarà invece esattamente il contrario: vi sarà un aumento dell’emarginazione, dello sfruttamento, e della devianza dei minori stranieri presenti nel nostro paese, e quindi anche un aggravamento del disagio e dell’insicurezza all’interno della società italiana.

Questo orientamento non è solo insensato dal punto di vista politico e sociale: essa è anche totalmente illegittima dal punto di vista giuridico, in quanto viola le Convenzioni internazionali e le leggi vigenti.
La Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, infatti, ratificata e resa esecutiva dall’Italia con legge n.176/91, stabilisce che tutte le azioni e le decisioni riguardanti i minori (non solo italiani, ma anche stranieri) devono tenere in preminente considerazione il "superiore interesse del minore", cioè devono fondarsi sulla valutazione di ciò che è meglio per il minore stesso. Il principio del "superiore interesse del minore" prevale dunque sulle altre considerazioni, anche su quelle relative al controllo dell’immigrazione clandestina.
Gli attuali orientamenti nei confronti dei minori stranieri non accompagnati – impedirne in ogni modo l’integrazione, condannarli all’emarginazione ed allo sfruttamento, distorcere il significato positivo del rimpatrio fino a ridurlo ad un’espulsione mascherata – sono evidentemente pensati non per perseguire ciò che è meglio per il minore, bensì per cercare di contrastare l’immigrazione clandestina.
Se lo Stato italiano non vuole violare la Convenzione di New York – di cui proprio quest’anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite valuterà l’applicazione nei diversi paesi – deve trattare i minori stranieri prima di tutto come minori, e fondare quindi le politiche che li riguardano non su finalità di repressione dell’immigrazione iregolare, ma sul principio del "superiore interesse del minore".
Per rispettare tale principio, dunque, i minori non accompagnati andranno ricongiunti alla loro famiglia mediante il rimpatrio assistito, solo nei casi in cui si valuti che questo sia effettivamente meglio per il singolo ragazzino, e, in generale, vi sia il consenso del minore stesso e della sua famiglia. In tutti gli altri casi, si dovrà favorire l’accoglienza e l’integrazione di questi minori nel nostro paese: per il bene del minore, ma anche della società italiana.

Chiediamo dunque che:
· Ai minori attualmente già inseriti in percorsi che prevedevano il rilascio del permesso per motivi familiari (come ad es. nel caso delle "tutele civili") si continuino ad applicare le regole vigenti all'inizio del percorso, e quindi sia loro rilasciato il permesso di soggiorno per motivi familiari, e sia consentita la conversione del permesso al compimento dei 18 anni.
· Ai minori affidati di fatto a parenti entro il quarto grado idonei a provvedervi (per i quali la legge italiana non richiede l’affidamento formale) sia rilasciato il permesso per motivi familiari come ai minori affidati con affidamento formale.
· Il permesso di soggiorno per minore età consenta al minore di lavorare regolarmente e, al compimento dei 18 anni, possa essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro o per studio, qualora ne sussistano le condizioni.
· Sia rispettato senza ambiguità il principio in base al quale il rimpatrio deve essere disposto unicamente nell’interesse del minore, e non come strumento di controllo dell’immigrazione clandestina.
· Siano chiariti i criteri e le procedure con cui deve essere deciso se il minore debba restare in Italia o debba essere rimpatriato, e in particolare:
- si stabilisca chiaramente che nella valutazione dell’interesse del minore si deve tenere conto della volontà del minore e della sua famiglia;
- si definiscano tempi rapidi per la procedura, in modo che il minore non resti per mesi e mesi "sospeso" senza sapere quale sarà il suo destino.
· Siano resi più ampi e più efficienti i canali di ingresso regolare in Italia, sia per lavoro (prevedendo, per i minori in età lavorativa, la possibilità di ingresso per lavoro), sia per ricongiungimento familiare (ad es. prevedendo la possibilità di ricongiungersi a parenti entro il terzo grado, come fratelli e zii), sia per motivi umanitari, in modo da ridurre progressivamente gli ingressi clandestini di minori, favorendo invece gli ingressi regolari.
· Si sostengano progetti di cooperazione allo sviluppo nella aree da cui provengono i minori stranieri presenti in Italia, in modo da migliorare significativamente le condizioni di vita dei minori e delle loro famiglie.

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Appello per l'accoglienza dei profughi -giugno '99-

Condividiamo oggi con tutti coloro che s'impegnano per la difesa dei diritti dei profughi delle zone di guerra nella Repubblica Federale di Yugoslavia la soddisfazione per la decisione del governo italiano di accogliere un primo nucleo di 10.000 profughi provenienti dal Kossovo in Italia. Purtroppo la soddisfazione è venata di rammarico per la scelta delle modalità di accoglienza. Riteniamo infatti, come associazioni che s'impegnano da anni a fianco dei profughi, un grave errore creare a Comiso un campo profughi di 5.000 persone.

L'intento di centralizzare l'accoglienza dei profughi in pochi punti crea delle 'istituzioni totali' che sono tristemente famosi per i loro effetti deumanizzanti non solo nell'ambito dell'accoglienza profughi. Chiunque abbia varcato la soglia di un campo profughi, anche di sole poche centinaia di accolti, si è potuto rendere conto come la collettivizzazione della vita dei profughi crei non solo disagio ma privi le persone delle loro risorse umane tanto necessarie ad affrontare quella fase difficile della loro vita in cui si devono ricreare un'identità e un progetto di vita.

La creazione di maxi-campi toglie inoltre ai profughi la possibilità di inserirsi sul territorio, di creare contatti e reti con la realtà circostante e di esplorare in questo modo vie di integrazione e di vita autonoma in un nuovo contesto. Ricordiamo anche che, se si precludono ai profughi le normali strade di integrazione nella società, diventano facilmente preda di quelle realtà che gli offrono 'alternative di integrazione' nei settori sommersi e criminali.

Ci appelliamo ai responsabili dell'accoglienza nel nostro paese affinché non tengano solo conto delle esperienze degli operatori in questo campo ma anche della ricerca sociologica e psicologica sulle esperienze fatte precedentemente in altri paesi che sottolinea come sia controproducente la creazione di centri di accoglienza di massa.

Riteniamo inoltre che possa essere economicamente inefficiente investire nel riadattamento di maxi-strutture per l'accoglienza anziché nell'individuazione di risorse diffuse presenti su tutto il territorio. La creazione di una rete diffusa di accoglienza rende in seguito possibile la ricerca e l'attivazione di molte altre micro-risorse che possono contribuire a migliorare la vita e i meccanismi di integrazione dei profughi.

L'integrazione diffusa su tutto il territorio nazionale dà ai profughi in età attiva la possibilità di inserirsi nel ciclo produttivo e di rendersi quindi autonomi dall'assistenza economica.

S'illude chi pensa che intanto si tratta di una soluzione di emergenza che avrà una durata di soli pochi mesi. Il ritorno dei profughi dipende non solo dalla fine della guerra, di cui ignoriamo nel modo più assoluto la data, ma anche dalla creazione di effettive condizioni di vita nei luoghi d'origine e quindi dalla ricostruzione materiale, dalla rivitalizzazione del tessuto economico e da una rete di protezione che possa assicurare l'incolumità fisica e la libertà delle persone. Sottolineiamo quindi che, se non si pensa subito a successive soluzioni più durature, i maxi-campi di accoglienza rischiano di trasformarsi impropriamente da strutture emergenziali in istituzioni stabili.

Pur condividendo l'intento di creare un forte simbolo che rompa con il passato militare della base di Comiso, non possiamo accettare che questo passaggio simbolico venga realizzato a spese di persone concrete a cui s'impedisce di conseguenza di realizzare la loro aspirazione a ricrearsi una vita individuale in cui la libertà di scelta sia reale.





Appello per l'accoglienza dei profughi dal Kosovo -maggio '99-

A
il Presidente del Consiglio dei Ministri
il Ministro degli Esteri
il Ministro degli Interni
il Ministro degli Affari Sociali


In questi giorni rimaniamo ammutoliti e scioccati - come uomini e donne - di fronte alle notizie e alle immagini dei profughi kosovari deportati in Albania e in Macedonia. Sentiamo sconcerto per le sofferenze fisiche e psicologiche inflitte a queste persone e ci ribelliamo davanti a queste immagini che ci fanno vedere individui spogliati della loro identità e dignità.

Come associazioni impegnate da anni nella difesa dei diritti dei profughi e dei rifugiati e che cercano di dare sostegno materiale e sociale a queste persone, ci sentiamo profondamente partecipi del destino dei profughi e sappiamo nello stesso momento che il percorso per il loro ritorno sarà difficile e lungo. La possibilità di un rientro dipenderà infatti dalla realizzazione di una complessa rete di garanzie che dovranno riguardare tanto gli interventi di ricostruzione, quanto, e prioritariamente, la creazione di effettive condizioni di sicurezza. E' pertanto illusorio attendersi un rientro facile e di immediata realizzabilità.

Le soluzioni basate unicamente sulle risposte a situazioni d'emergenza non possono dare ai profughi un'adeguata protezione né dare una risposta alla necessità di riconoscerli come persone dotate di diritti. L'incertezza della situazione sociale e politica nei paesi balcanici, dalla Macedonia, all'Albania, dal Montenegro alla Bosnia -Herzegovina non permette di assicurare ai profughi né adeguate condizioni di vita né la tutela da strumentalizzazioni. Nei paesi balcanici, dove lo stato di diritto è debole, i profughi sono facilmente vittime di ulteriori soprusi.

E' del tutto evidente pertanto la necessità che a livello europeo venga approntato un piano di accoglienza; esso deve vedere partecipe anche l'Italia.
La predisposizione di piani di accoglienza in Italia, come negli altri Paesi europei e l'assistenza immediata ai rifugiati nelle aree prossime al Kosovo non sono pertanto in alcun modo scelte contrapposte (solo un' atteggiamento demagogico potrebbe supportare tale tesi) bensì sono da considerarsi complementari poiché miranti all'unico obiettivo di salvaguardare quanto più possibile l'esistenza e la dignità del popolo kosovaro contrastando l'utilizzo dei profughi come carne da macello o pedine da spostare a piacimento, strategia che con tutta evidenza caratterizza tutti i conflitti avvenuti nell'area balcanica dell'ultimo decennio.

Ogni sforzo va fatto allo scopo di scongiurare da un lato le folli operazioni di trasferimento coatto (tutti i piani di assistenza umanitaria e di accoglienza dei rifugiati del Kosovo dovranno mantenere il carattere della volontarietà), dall'altro il sostanziale impedimento alla libertà di ricercare asilo dalle persecuzioni in paesi diversi da quelli limitrofi al Kosovo, politiche che, entrambe, ledono la dignità delle persone e agevolano i disegni della pulizia etnica.

Non va sottovalutato infine che l'insistere con eccessiva enfasi sulla necessità di attuare dei soccorsi "in loco", ovvero la messa a punto di piani di accoglienza nei vari paesi europei dalle dimensioni troppo esigue o risibili fa si che, in presenza di una diffusa volontà a lasciare la regione, solo i più forti potranno uscire dalla regione e raggiungere i vari paesi europei affidandosi ai servigi della mafia internazionale. Ciò equivarrebbe ad una selezione di fatto dei rifugiati in base al criterio opposto, quello della maggiore vulnerabilità, che invece sarebbe sensato adottare.

Chiediamo pertanto al governo italiano:
- di approvare urgentemente un decreto che regoli l'ingresso in Italia dei profughi del Kossovo sulla base sulla base dell'art. 20 del Testo Unico sull'Immigrazione;
Il decreto dovrà indicare:
a) criteri e modalità di rilascio dei permessi di soggiorno per motivi umanitari;
b) la definizione degli interventi di accoglienza da dovere realizzare;
c) le modalità di coordinamento tra lo stato, le regioni, gli enti locali e gli organismi umanitari allo scopo di realizzare una politica di accoglienza il più possibile diffusa e decentrata.
Il decreto dovrà inoltre specificare che gli interventi di accoglienza si applicano nei confronti di tutte le vittime del conflitto, senza distinzione alcuna di carattere etnico.

- di impegnarsi nelle sedi internazionali affinché le evacuazioni di profughi dalla Macedonia, dall'Albania o da altre zone della regione, avvengano su base volontaria e per destinazioni scelte dagli interessati con un particolare riguardo per il ricongiungimento familiare come chiesto anche dall'Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

- di impartire tassative e precise istruzioni alle autorità di P.S. allo scopo di dare piena e scrupolosa attuazione agli obblighi derivanti dalle norme sul respingimento alle frontiere e al diritto d'asilo ed evitare così il rischio gravissimo, già adombrato da alcuni recenti preoccupanti episodi avvenuti al confine orientale, di possibile violazione del principio del "non refoulement".

- di assicurare a quei profughi che lo desiderano e che siano stati inseriti nei programmi di accoglienza, la possibilità di raggiungere effettivamente l'Italia dall'Albania e dagli altri paesi balcanici, senza essere costretti a mettersi nelle mani della criminalità internazionale.

- di valorizzare nei paesi di prima accoglienza il lavoro e l'esperienza di quelle organizzazioni non governative che vi sono presenti da tempo e che garantiscono ai profughi un supporto che va al di là del momento d'emergenza


Solo se noi oggi siamo in grado di accogliere i profughi come persone dotate di diritti e di restituire un piccola parte della dignità strappatagli, loro potranno essere domani degli individui liberi che contribuiscono alla ricostruzione del loro paese!





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