KOSOVO - breve storia di una terra contesa -
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Il Kosovo (Kosovo per l'etnia serba e Kosova per l'etnia albanese) é situato nel sud della Repubblica di Serbia e confina con Montenegro, Albania e Macedonia.
Ha una superficie di 11.000 kmq. (simile all'Abruzzo) e una popolazione di circa 2.100.000 abitanti, di cui circa il 90% di etnia albanese (di religione mussulmana con piccola minoranza cattolica), l'8% di etnia serba (di religione cristiano ortodossa), il 2% é costituito da turchi, macedoni, rom.
La capitale é Pristina (200.000 abitanti).
Le risorse principali sono le miniere di metalli di Trepcia.
Il tasso di natalità e mortalità infantile sono i più elevati in Europa: più del 50% della popolazione ha meno di 20 anni e l'età media è di 24 anni.
Nella regione del Kosovo la presenza albanese data sin dai tempi degli Illiri.
Dal XII fino al XIV secolo il popolo slavo dei serbi occupò progressivamente queste regioni.
Nel 1389, quando la Serbia perse la battaglia di Kosovo Polje (Piana dei Merli) contro gli Ottomani, vicino all'odierna capitale, c'erano unità albanesi al loro fianco.
Durante i cinque secoli di impero ottomano il Kosovo era una delle quattro unità amministrative albanesi. Nella metà del 1400 iniziano le prime grandi migrazioni albanesi verso il Sud Italia. Per chi rimane inizia il processo di islamizzazione che durerà fino al XVIII secolo.
Nel 1912 gli albanesi si liberano dal giogo ottomano, ma nello stesso anno il Kosovo viene occupato dalle forze serbe e annesso alla Serbia.
Al termine della I Guerra Mondiale il Kosovo entra a far parte del regno dei Serbi, Croati e Sloveni, dal 1929 "Jugoslavia".
Nel periodo monarchico non è riconosciuto il diritto all'uso della lingua e della cultura albanese. Tutti i ruoli dirigenti sono occupati da serbi e montenegrini che all'epoca costituivano circa il 20% della popolazione.
Durante la II Guerra Mondiale, in seguito all'invasione nazi-fascista del 1941, il Kosovo viene unito all'Albania sotto il controllo italiano.
Al termine della guerra il Kosovo entra a far parte della Jugoslavia come Provincia Autonoma della Repubblica Socialista di Serbia.
La lingua albanese viene riconosciuta come una delle lingue nazionali della Jugoslavia. Serbi e montenegrini costituiscono ancora la maggioranza dell'elite politico-economica e delle forze di polizia.
Il servizio di sicurezza jugoslavo, sotto la guida del serbo Rankovic, si mostra particolarmente duro nei confronti degli albanesi del Kosovo: schedature, perquisizioni, arresti. Tale pesante atmosfera spinge molti albanesi a lasciare il paese, spesso dirigendosi in Turchia.
Allontanato Rankovic nel 1966, si verifica una nuova apertura politica e culturale che porta, per esempio, all'istituzione dell'Università di Pristina.
La Lega dei Comunisti Jugoslavi e lo stesso Tito, riconoscono la necessità di una politica di eguali opportunità per evitare il proliferare del nazionalismo albanese.
Nel novembre 1968 si verificano violenti scontri, partiti dall'Università, e viene rivendicata la trasformazione da Provincia Autonoma a Settima Repubblica della Federazione Jugoslava.
Si hanno repressioni e arresti, ma prosegue la politica di apertura introducendo l'uso della bandiera albanese a fianco di quella jugoslava e il quotidiano in lingua albanese Rilindja (Rinascimento) diventa di gran lunga il più venduto nella regione.
Nel 1974 la terza riforma della Costituzione jugoslava conferisce al Kosovo e alla Voivodina lo status di territorio amministrativo autonomo all'interno della Repubblica Serba che equivale, in pratica, alla parità dei diritti con le altre repubbliche jugoslave, eccetto che per il diritto alla secessione.
La percentuale di albanesi presenti nel partito e nei ruoli dirigenti comincia a crescere e, in parallelo, cresce il disagio della componente serba della popolazione che in buon numero lascia la regione, spinta anche dalle cattive condizioni economiche.
Il Kosovo, costituendo il 9% della popolazione dell'intera federazione, produce solo il 2% del reddito nazionale lordo e a partire dagli anni 50 ha usufruito di una fetta sempre crescente del fondo federale per le regioni meno sviluppate.
Nel 1981, dopo la morte di Tito, le manifestazioni di Pristina in cui gli studenti rivendicano migliori condizioni di vita si allargano fino a reclamare lo status di repubblica. Gli scontri sono violenti: una decina i morti, centinaia i feriti, migliaia gli arresti; per la prima volta nella storia jugoslava intervengono i carri armati. Molti indicano quel momento come il vero inizio delle successive guerre nella post Jugoslavia.
Negli anni seguenti migliaia sono le persone arrestate e accusate di cospirazione. In diversi casi Amnesty International denuncia violenze e torture ai danni della componente albanese del popolo kossovaro.
Il malcontento e i timori dei serbi che vi abitano vengono strumentalizzati dai nazionalisti e gli intellettuali giocano un notevole ruolo in questa rinascita dell'identità serba. Basta ricordare il Memorandum di alcuni membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Belgrado del 1985 (...là dove c'è un serbo là c'è la Serbia) e i due appelli del 1986, sottoscritti da numerosi intellettuali di varie tendenze (...il genocidio a cui sono sottoposti i serbi in Kosovo...).
Slobodan Milosevic, dal 1986 Segretario della Lega dei Comunisti di Serbi, poi Partito Socialista Serbo fa di tali ragionamenti e sentimenti il punto di forza della sua ascesa. Manifestazioni di massa, cui partecipano dalle decine alle centinaia di migliaia di persone, avvengono in tutta la Serbia nel 1988 al grido "riprendiamoci il Kosovo". Nel novembre la dirigenza del Partito Comunista del Kosovo viene sostituita con uomini fedeli a Milosevic.
Nel marzo 1989 viene modificata la Costituzione della Serbia, eliminando la necessità dell'assenso delle Assemblee elettive delle Province Autonome su questioni che le riguardano.
L'approvazione del Parlamento di Pristina (necessaria per l'ultima volta) viene ottenuta con brogli e violenze e con i carri armati fuori dall'aula. Vi sono violenti scontri con 24 morti.
La lingua albanese non viene più riconosciuta per gli atti ufficiali e vengono varate leggi per favorire l'immigrazione di cittadini serbi nella regione.
Il 2l luglio 1990 più del 60% dei membri del Parlamento del Kosovo si autoconvoca e proclama unilateralmente la costituzione della Repubblica del Kosovo come parte della Federazione Jugoslava.
Le autorità di Belgrado sciolgono il Parlamento e il Governo della Provincia. Viene chiuso il quotidiano Rilindjia.
La Resistenza non violenta: la scelta dichiarata è quella della non violenza; la consegna è quella di non reagire alle provocazioni. All'elevato grado di organizzazione della comunità albanese si accompagna un intenso lavoro diplomatico dei suoi rappresentanti politici.
Le radici di questa forma di resistenza non violenta vanno ricercate anche, se non soprattutto, nel lavoro di Anton Cetta, etnologo di fama internazionale, principale animatore del movimento per il superamento della tradizione della vendetta e per la riconciliazione ("remissione del sangue") tra le famiglie in lite reciproca. I casi di riconciliazione sono stati circa 1250. Le riunioni in cui venivano presentati erano diventate manifestazioni di massa, tanto che ad uno di quegli incontri erano presenti circa 500.000 persone.
Dal 1990 gli albanesi nella pubblica amministrazione sono in parte licenziati e in parte si rifiutano di lavorare per uno stato in cui non si riconoscono.
Non partecipano alle elezioni che vedono il trionfo di Milosevic.
Nel 1992, nella semi-clandestinità, gli albanesi del Kosovo eleggono un loro Parlamento che il 24 maggio designa Presidente della Repubblica lo scrittore Ibrahim Rugova, leader della Lega Democratica del Kosovo (LDK).
La regione viene completamente militarizzata.
Il Consiglio per la difesa dei diritti umani e delle libertà, che ha come Presidente Adem Demaci, premio Sacharov del Parlamento Europeo nel 1990, ha accumulato una impressionante documentazione fotografica di casi di maltrattamenti e torture.
Dall'agosto 1993 é stato negato l'ingresso in tutta la Serbia alle delegazioni di Amnesty International e dell'OSCE (in risposta all'applicazione dell'embargo).
Nel gennaio circa 120.000 albanesi erano stati licenziati (su circa 170.000 occupati albanesi), perdendo così il diritto all'assistenza sanitaria pubblica e a volte anche all'alloggio fornito dal datore di lavoro.
Nelle scuole pubbliche e nell'Università sono condotti nuovi programmi di insegnamento basati sulla lingua e la cultura serbe, che non vengono accettati dagli albanesi.
In alternativa vengono aperti in case private corsi di scuola superiore e universitari, spesso interrotti dalla polizia.
Solo i corsi di istruzione elementare sono ancora svolti negli edifici pubblici, ma gli insegnanti, che si rifiutano di accettare il programma di studi governativo, non sono pagati dallo Stato.
L'organizzazione "Madre Teresa" fornisce aiuti alimentari a circa 300.000 persone e sono stati aperti ambulatori medici nei quali viene fornita gratuitamente l'assistenza sanitaria essenziale. I soldi per consentire la vita a insegnanti, medici e sostentare i disoccupati provengono da vere e proprie tasse parallele raccolte tra coloro che lavorano (soprattutto commercianti al dettaglio e agricoltori) e tra gli emigrati all'estero .
Nel settembre 1996 con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio è stato firmato un accordo tra Milosevic e Ibrahim Rugova per il ripristino del diritto all'uso della lingua albanese e allo studio della cultura albanese nelle scuole pubbliche statali e quindi con la possibilità per gli studenti albanesi di riutilizzare gli edifici pubblici per lo svolgimento dei corsi; ma questo accordo, scritto sulla carta, attendera' due anni l'attuazione.
La situazione precipita all'inizio del '98: a marzo la polizia serba uccide un centinaio di persone in alcune azioni nell'area di Drenica. L'UCK, ormai diventato un esercito, scatena un'offensiva in grande stile, conquistando una buona porzione di territorio. La reazione serba e' durissima: l'UCK viene sconfitto militarmente, e Belgrado riprende il controllo del territorio.
Sul piano diplomatico, le posizioni restano distanti: la Serbia e' alla fine disponibile a concedere "un'ampia autonomia", mentre gli albanesi chiedono l'indipendenza. All'inizio di ottobre, sotto la pressione della Nato, i serbi accettano una missione internazionale di monitoraggio e ritirano le proprie forze militari dalla regione.
passa alla cronologia dettagliata dell'anno precedente il conflitto ('98-'99)
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